«Le aziende sono più solide nella finanza»

Camera di commercio 06 mar 2026

L’unica cosa certa oggi è l’incertezza, ma le aziende vicentine in questi anni hanno saputo reagire velocemente e rilanciare la sfida, hanno trovato nuovi mercati, si sono consolidate finanziariamente. Quindi, pur di fronte alle difficoltà e a certe “spie” accese, c’è da restare fiduciosi. È quel che fa Giorgio Xoccato, presidente della Camera di commercio di Vicenza, nel guardare alle prospettive dell’anno in corso.

Presidente, al di là delle crisi e degli stravolgimenti mondiali, possiamo dire che il sistema produttivo e commerciale vicentino rimane solido?
Direi di sì, è un sistema che si è dimostrato capace di resistere a questi anni di grandi cambiamenti e di grandi crisi. Uno dei nostri punti di forza è la capacità di interpretare velocemente e di affrontare con coraggio imprenditoriale le sfide che si presentano, sempre più complesse e sempre più caratterizzate da estrema incertezza. Ecco, possiamo dire che oggi l’unica cosa certa è l’incertezza.

Un’incertezza alla quale le imprese di casa nostra sono ormai vaccinate…
Sì, sono almeno due lustri che facciamo i conti con questa situazione, quindi siamo in gran parte vaccinati. Gli ultimi anni difficili hanno dimostrato la capacità di tenuta e di moderato sviluppo del sistema Italia in generale, di quello Veneto e Vicentino in particolare, migliore di altre economie nostre competitor, proprio per l’estrema flessibilità che caratterizza le nostre imprese nel cercare nuovi sbocchi commerciali, nuovi mercati, innovare prodotti e processi. Abbiamo dimostrato di saper continuamente spostare avanti il concetto di innovazione nelle medie tecnologie, quelle in cui le nostre imprese sono più forti, soprattutto nella meccanica e meccatronica.

Certo anche la manifattura vicentina in questi ultimi due anni ha sofferto…
Ha risentito della crisi del mercato tedesco, paese con il quale siamo fortemente integrati a livello di filiera e di catene di valore, soprattutto nella meccanica, nell’automotive. È dal primo trimestre del 23 che la produzione vicentina segna una tendenza in negativo, il motivo principale è stato proprio la flessione tedesca. La buona notizia è che gli ultimi mesi vedono in Germania una leggera schiarita e una piccola ripresa della produzione, questo potrebbe far ben sperare per l’anno in corso. Un segnale incoraggiante per quanto riguarda il mercato europeo, e non è cosa da poco.

Vicenza è da sempre una provincia leader nell’internazionalizzazione. Può esserci il rischio che le dinamiche geopolitiche impazzite trasformino questo punto di forza in un punto di debolezza, rendendoci più esposti ai venti dell’instabilità mondiale?
Teoricamente il rischio può esserci, però non credo che questo possa davvero diventare uno scenario possibile. Del resto, meglio essere grandi esportatori: se non lo fossimo saremmo meno esposti, ma non saremmo quello che siamo, avremmo avuto meno sviluppo e meno crescita fino a oggi, saremmo dunque tutti più poveri e più chiusi nel nostro orto. Invece siamo dei player a livello mondiale. Detto questo, si sta lavorando a livello europeo e anche italiano, forse in maniera ancora lenta, per cercare alternative che tengano conto dell’incertezza geopolitica che ci affligge, riorientandosi verso nuove zone del mondo e nuovi mercati. Su questo la capacità del tessuto produttivo vicentino è consolidata.

C’è un elemento che va registrato: la forte crescita della cassa integrazione…
Sì, questa è una spia accesa. La cassa integrazione è cresciuta a livelli non certo fisiologici. Nei primi nove mesi del 2025 abbiamo avuto 15 milioni di ore di cassa integrazione ordinaria, tenendo conto che in tutto il 2019 erano state 3 milioni.

Come si spiega?
Dipende dal calo dell’attività produttiva. Le aziende attivano la cassa integrazione perché cercano di tenere la manodopera ed evitare passaggi più strutturali. Però 15 milioni di ore sono un segnale. Poi, per contro, i numeri dicono che il mercato del lavoro tiene e che c’è un leggero aumento degli occupati, arrivati in provincia a oltre 358 mila, e dicono che da gennaio a marzo a Vicenza è prevista la ricerca di circa 30 mila nuove unità da inserire.

Segnali contrastanti…
Segnali di difficile lettura. Il fatto è che ci sono settori ad alta densità di manodopera che sono fermi o in leggera flessione, e lì la cassa integrazione accende la spia, e ci sono altri settori con dinamiche più positive. Poi all’interno di settori più tradizionali, come la moda, c’è bisogno più di esperti di marketing online che di cucitrici e rammendatrici. Insomma, oggi è talmente complessa l’attività d’impresa all’interno delle merceologie, a causa della complessità del mercato e dell’innovazione tecnologica, che si può aver bisogno di certe professionalità in determinati ambiti aziendali mentre in altri potrebbe esserci la necessità addirittura di alleggerirsi, e in quei casi procedere alla cassa integrazione.

Ogni azienda, di fatto, diventa un microcosmo del panorama occupazionale?
Esatto. Una volta non c’erano queste asimmetrie, le situazioni erano più leggibili.

E la situazione finanziaria delle aziende cosa dice?
Qui arriva un segnale positivo, di crescente solidità. In questo ultimo decennio, che pure come detto ha visto crescere l’incertezza, l’indice di liquidità media dei bilanci depositati è passato da 1 a 1,42, cioè le aziende hanno migliorato la loro posizione finanziaria del 40%. Sono meno dipendenti dalle banche dal punto di vista finanziario. Verrebbe da pensare che dieci anni così difficili avrebbero dovuto produrre un effetto contrario, invece le aziende si sono consolidate. Gli imprenditori hanno cominciato a fare molta attenzione non solo al prodotto e al mercato, ma anche alle variabili finanziarie, gestionali. Le aziende, dunque, sono diventate più solide. Anche per questo, nel complesso non sono pessimista.

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