Ora anche l’Iran. Il mondo in fiamme frena le imprese

Top500 06 mar 2026
TOP500 Vicenza - 2026

Un mese. Se la guerra in Iran dovesse durare di più diventerebbe un serio problema per gli Stati Uniti, e non soltanto per loro. Parola di Dario Fabbri, analista geopolitico e direttore della rivista Domino. Un intervento atteso, il suo, nell’ambito dell’evento di presentazione dell’inserto “Top 500” sui bilanci delle maggiori aziende vicentine, a chiusura del progetto omnichannel frutto della collaborazione tra Gruppo editoriale Athesis, PwC e Dipartimento di economia aziendale dell’Università di Verona.

In un Centro diocesano “Onisto” affollato di imprenditori fino all’ultimo posto, si è parlato intorno al tema “L’in-dipendenza dell’Europa”. Ma mai come quest’anno non si può parlare di Europa senza parlare di Stati Uniti. Perché da un anno non si fa che parlare del suo presidente. D’altra parte, lo ha spiegato Fabbri, «tutto ciò cui assistiamo da anni negli Stati Uniti non è che la lunga preparazione statunitense allo scontro con la Cina». Lunga, sì, perché non è nata con Trump: «Non è lui che ha creato l’America attuale, è questa America che ha creato Trump».

Il quale ha vinto le elezioni anche perché ha promesso di pensare ai problemi di casa. Ma, spiega Fabbri, gli imperi non possono dimettersi dall’esserlo: «Se anche gli Usa annunciassero di volersi ritirare in casa, i nemici li rincorrerebbero fin lì. Le superpotenze non possono tornare a casa, non per scelta».

E infatti, la proiezione esterna degli Usa è tutt’altro che rientrata. Si è concentrata per certi versi sulle aree vicine: la Groenlandia, una piattaforma da controllare per non rischiare che finisca controllata da qualcun altro, e il Venezuela. Ma poi è rimasta in campo la guerra in Ucraina: l’idea americana era di congelarla per staccare la Russia dalla Cina (ancora lei), ma non si è ancora arrivati a nulla: «I russi vogliono non solo tutto il Donbass ma anche che vadano via i militari stranieri, perché la loro idea rimane quella di riprovare a prendersi l’Ucraina tra venti-trent’anni e pensano che se devono invaderla di nuovo non devono trovarsi militari stranieri».

Ma l’Iran che c’entra in tutto questo? «Niente – dice Fabbri -. L’Iran non è una minaccia strategica né tattica per gli Usa: negli ultimi due anni ha perso quasi interamente la sua sfera di influenza, che passava per Hezbollah, Hamas, gli Houti, le milizie irachene. E l’Iran in realtà è anche lontano dall’avere la bomba atomica, perché l’Agenzia per l’energia atomica se ne accorgerebbe se fosse vicino ad averla, i segnali di una cosa del genere sono inequivocabili e leggibili».

Ma adesso che il dentifricio è uscito dal tubetto, che succede? «L’obiettivo americano è di non andare oltre le tre-quattro settimane di guerra – assicura Fabbri -. L’Iran ha dalla sua il tempo, mentre l’economia mondiale, quindi anche quella degli Stati Uniti, risulterebbe assai danneggiata nel caso che il conflitto andasse per le lunghe». Ma è anche una questione più prettamente militare: «Se la guerra durasse due mesi gli Usa avrebbero finito con lo sprecare più di un terzo dei missili disponibili, arsenale che dovrebbe essere destinato a una eventuale scontro con la Cina».

E l’Europa? Fa ancora fatica a farsi sentire con una voce e una posizione univoca. Su questo è intervenuta Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo.

«Ciò che l’Europa rappresenta è la democrazia e la libertà, valori che devono tradursi in una forza concreta. Serve avere finalmente delle politiche comuni di difesa, di esteri e di sicurezza, dobbiamo ritrovare la capacità di riformare le nostre istituzioni, disposti a intestarsi anche una quota di impopolarità e di dissenso. Il punto non sono le regole, ma la volontà politica. C’è da dare all’Europa un nuovo slancio. Abbiamo bisogno di visione, dell’ambizione di essere una vera potenza sovrana, economica, commerciale. Quando abbiamo voluto trovare delle soluzioni le abbiamo trovate, la Coalizione dei volenterosi ne è un esempio. Anche il nostro paese avrebbe dovuto farne parte, invece abbiamo scelto di essere il miglior alleato di uno dei responsabili del disordine mondiale».

Trump. Ancora lui. Aspettando l’Europa.

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