Il possibile impatto dei dazi statunitensi sull’export italiano, con una paventata contrazione del 16,8% delle vendite italiane negli Usa, è uno dei fattori dell’incertezza che pervade il panorama internazionale, nonché una delle principali preoccupazioni per le imprese operanti nel settore manifatturiero.
Si parlerà anche di questo all’appuntamento annuale di Top500, in programma giovedì 20 febbraio alle 18 al Centro congressi del Seminario vescovile di Vicenza. “L’Europa e la difficile transizione del mercato” sarà il focus dei quattro eventi del progetto omnichannel organizzato dal Gruppo editoriale Athesis e da PwC Italia in collaborazione con l’Università di Verona. Dopo la tappa vicentina, la prima della serie, i successivi appuntamenti saranno a Verona (27 febbraio), Brescia (6 marzo) e Mantova (13 marzo).
Sono le piccole e medie imprese a temere maggiormente gli effetti dei possibili nuovi dazi. Settori chiave come meccanica e moda, che rappresentano il 21% e il 15% delle esportazioni complessive, risultano particolarmente vulnerabili alle possibili nuove politiche commerciali. Anche l’agroalimentare, il legno e il metallo, che hanno dimostrato di saper rispondere bene alla domanda americana, si trovano ora a fronteggiare un futuro incerto. Nell’ultima edizione dell’Annual Global Ceo Survey di PwC, il rischio geopolitico è stato individuato dai ceo del comparto manifatturiero come la principale minaccia alla sostenibilità del proprio business nei prossimi 12 mesi. La sfida che si apre è quella di resistere ai cambiamenti di rotta nelle politiche commerciali, ai nuovi equilibri politici e alla riconfigurazione delle supply chain, e al contempo saper trasformare il proprio modello di business per intercettare i trend emergenti e ridurre l’esposizione ai rischi. Per fare questo occorre innanzitutto una strategia solida e strutturata, un elemento che il 74% dei ceo italiani ha individuato come il fattore che incide maggiormente sulla tenuta nel tempo dell’azienda (74% contro una media globale del 55%).
Nonostante la consapevolezza ampiamente diffusa dell’importanza delle corrette scelte strategiche per guidare il proprio business in un’epoca di grandi cambiamenti, i risultati della Global Ceo Survey di PwC evidenziano la necessità di saper tradurre la propria visione in processi decisionali di qualità, strutturati e ben informati, una sfida ancora aperta per la maggior parte delle aziende. La maggior parte delle scelte avviene ancora senza rendere trasparenti i criteri decisionali (per il 53% dei ceo in Italia) o senza valutare informazioni o punti di vista contrari dalla propria visione (per oltre il 60% dei ceo in Italia). Questo espone le decisioni al rischio di bias di conferma, ovvero a processi cognitivi che portano a non mettere in discussione le proprie credenze maturando una visione parziale e spesso errata della realtà, e compromette quindi la qualità delle scelte. Lo stesso vale per l’attitudine a discutere ogni decisione come parte del portfolio di decisioni dell’azienda (solo un terzo dei ceo italiani lo fa sistematicamente), calcolare l’effettiva probabilità dei diversi risultati possibili (21%) e basarsi sull’analisi quantitativa piuttosto che sull’intuizione (42%).
Le aziende devono rafforzare la struttura degli iter decisionali per poter sviluppare strategie di gestione del rischio in grado di reggere alle sfide del nostro tempo. Ciò richiede investimenti in analisi, monitoraggio e pianificazione strategica, perché intuizione ed esperienza da sole non bastano a garantire la qualità delle decisioni, specie in momenti di incertezza dove la comprensione profonda di tutti i fattori in gioco risulta fondamentale.