L'analista Dario Fabbri: «Trump e il ruolo dell’Italia»

Verso Top 500 Vicenza 28 feb 2026
Dario Fabbri, analista e direttore della rivista di geopolitica "Domino" Dario Fabbri, analista e direttore della rivista di geopolitica "Domino"

È passato un anno dall’ultima edizione di Top500, l’evento organizzato dal gruppo editoriale Athesis in collaborazione con PwC e l’Università degli Studi di Verona. Un anno in cui il panorama geopolitico internazionale ha subito cambiamenti e stravolgimenti, o almeno questa è la percezione. E nella sala del teatro del Centro Diocesano “Mons. A. Onisto”, dove il 5 marzo si terrà l’edizione 2026 dell’evento, con il titolo “L’in-dipendenza dell’Europa”, con Dario Fabbri, giornalista e analista e fondatore e direttore della rivista mensile di geopolitica Domino, cercheremo di tirare le fila di quest’ultimo anno di eventi, tra politica, economia e riarmo globale.

Quali sono i fronti caldi della geopolitica in questo momento?
A un anno di distanza dall’ultima edizione di Top500 mi concentrerò su quali sono le principali crisi in atto attualmente. In particolare sul Nord America, sulla tensioni in Venezuela, Cuba e Groenlandia, sulla situazione in Iran e su quella della guerra in Ucraina, ormai giunta al quarto anno di conflitto. E anche sui Dazi di Trump, ora bloccati dalla Corte Suprema. A un anno di distanza sono molti gli aggiornamenti su questi dossier aperti, soprattutto ora che gli Stati Uniti sembrano concentrarsi sul Nord America, la parte di mondo che loro percepiscono come propria.

La guerra in Ucraina doveva essere una guerra lampo, e Trump stesso aveva promesso di risolvere il conflitto in 24 ore. La guerra, invece, prosegue da quattro anni. Trump ha quindi davvero il peso in politica internazionale che millanta di avere?
Trump ha l’intelligenza politica di capire che se guidi la macchina più potente del mondo, e gli Stati Uniti lo sono, riesci ad ottenere dei risultati più o meno scenografici. Non dipende tanto da lui ma dalla macchina che guida. Il suo atteggiamento, con cui si finge dittatore e imperatore, in questo senso gli può tornate utile, perché può far credere che tutto dipenda da lui, anche quando non è vero. La guerra in Ucraina ne è la testimonianza: non si trova la quadra nonostante sia Trump che i suoi apparati siano favorevoli a parlare con la Russia. Gli americani offrono un cessate il fuoco con la cessione del Donbass alla Russia, cosa che l’Ucraina sarebbe anche disposta a malincuore a concedere, ma la Russia chiede anche che l’Ucraina non sia agganciata alla Nato mentre l’Ucraina chiede a Washington che gli Stati Uniti, in caso di un nuovo attacco russo nei prossimi 10 o 15 anni, siano in grado di difenderli. E Trump questo, almeno nero su bianco, non può garantirlo.

E in questo contesto internazionale, in cui sembra che l’ago della bilancia penda verso Trump, l’Italia come si colloca? Prendiamo ad esempio il caso del Board of Peace: contiamo veramente qualcosa?
Noi giochiamo la carta di essere amici di Trump, consapevoli che le amicizie personali tra leader non ci hanno portati a grandi risultati. Il Board of Peace è poco più di una finzione, ma ci siamo dentro per evitare, come governo, di far arrabbiare l’amministrazione Trump. Il fatto di essere tra i pochissimi europei ad entrarci, anche se con l’escamotage del ruolo dell’osservatore perché la Costituzione ci impedisce un ruolo attivo, ci fa riscuotere il vantaggio di vedere cose che gli altri non vedono, e intanto di non far arrabbiare Trump. Nel Board of Peace gli attori che hanno più voce sono ben altri, mediorientali e non, il nostro microvantaggio è dato solo dalla presenza.

La Corte Suprema ha bloccato i dazi di Trump, e in questo momento il suo consenso interno è al minimo storico, anche se è il protagonista della cronaca internazionale. Quali sono le conseguenze per la sua politica interna?
Per il momento Trump sta utilizzando altre norme per aggirare lo stop da parte della Corte Suprema, altre norme più o meno lasche che possono essere impugnate e che lo saranno, ma la sua amministrazione sta provando in tutti i modi ad evitare di restituire i miliardi di dollari che hanno già pagato gli importatori statunitensi o le aziende per i dazi. Finché sarà alla guida degli Stati Uniti ha il potere di margine che vuole arrogarsi, anche se dentro ha un sacco di problemi fuori può fingere di essere un imperatore, anche se manca di tale consenso. Teoricamente Trump non si può ricandidare, ma le questioni in cui si può giocare il suo nome alla Casa Bianca o quello di un suo successore sono più orientate sullo scaricare sugli europei le spese del continuo riarmo e le conseguenze della globalizzazione, mantenere il vantaggio militare e tecnologico sulla Cina e il sogno impossibile di tornare in Nord America.

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